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La pieve di San Miniato
a Rubbiana
Una strada che parte dritta dal centro del
paese e che poi si inerpica per la val di Rubbiana arriva
a 352 metri sul livello del mare alla pieve di San Miniato a Rubbiana.
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Una lapide conservata all’interno
della pieve, vicino all’abside, ricorda
la consacrazione avvenuta nel febbraio 1077 per mano del cardinale
Pietro Igneo e del vescovo di Fiesole Guglielmo, al tempo del papato
di Gregorio Settimo. Questo il testo: Anno ab incarnatione Domini
Nostri Jesus Christi MLXXVII VI idibus Februari indictione XV
tempore Gregorii Septimi Papae dedicata est haec ecclesia ad honorem
omnipotentis Dei et Sanctae Mariae cum XII Apostolis
et Sancti Miniati
et Sancti Blasii Martiris et Sancti Michaelis Arcangeli et Sancti Nicholai
Confessoris et Sancti Johannis Baptiste et Sancti Johannis Evangeliste
et Sancti Benedicti Abbatis ab Episcopo Petro
Cardinali Romanae
Ecclesiae et ab Episcopo Faesulanensis nomine Guulgelmone.
Christus in hac aula sit custos iure sacrata. |
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Forse in quella data la chiesa fu in parte
restaurata, dal momento che la sua esistenza è documentata
già nel maggio 1015 in una pergamena dell’Abbazia di Passignano.
Venne edificata ad opera
dei Buondelmonti, proprietari del vicino castello, oggi Fattoria di Rubbiana.
Rientrando nella
circoscrizione territoriale del Chianti, faceva parte, con altre nove
plebanie chiantigiane, della
diocesi di Fiesole. La chiesa plebana fu infatti confermata al vescovato
di Fiesole dai papi
Pasquale II (1103), Innocenzo II (1134), Anastasio IV (1163).
La pieve di San Miniato a Rubbiana era matrice di cinque chiese parrocchiali:
San Polo a Ema,
Sant’Andrea a Linari, San Clemente a Panzalla, Santa Lucia a Bisticci,
San Bartolomeo a Musignana.
Sotto la sua giurisdizione rientrava anche un monastero di agostiniane
dette del [Poggio al]la Croce,
che il 14 aprile 1351, con decreto del vescovo di Fiesole sant’Andrea
Corsini, furono riunite
alle agostiniane (le «Fratelle») del vicino monastero di Santa
Maria a Fontedomini. |
Una membrana del monastero di Sant’Apollonia
di Firenze del 7 aprile 1255 fa riferimento a un
maestro Barone che fu pievano a San Miniato e al quale venne condonata
metà di un debito che
questi aveva con due fratelli.
Da un documento del 1389 risulta che la pieve pagava al Consiglio del
Comune di Firenze, a titolo
di censo annuale, un quantitativo (una soma) di fichi neri primaticci,
usanza che risulta anche
da un precedente documento del 1290.
All’interno della pieve era istituita la
Compagnia di Santa Maria Maddalena, come risulta da un
documento del 1348, che fu soppressa prima del 1792, data della visita
pastorale nella cui relazione
vi si fa cenno, e dalla quale risultano diversi altari e quadri oggi
scomparsi. |
Della fondazione romanica la pieve conserva alcuni resti
all’esterno,
consistenti in parte degli originari filaretti in arenaria visibili lungo
il lato
sinistro (il destro è coperto da edifici recenti) e nell’abside,
che reca
una finestrella a doppio strombo con archivolto realizzato con laterizi.
Nell’alzato della navata centrali si vedono bene le finestrelle
romaniche,
chiuse nell’Ottocento. Sono rifacimenti ottocenteschi il campanile
e gran
parte della facciata. |
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| All’interno le forme originarie sono completamente
nascoste da intonaci, volte, falsa cupola, decorazioni ad affresco e altari
realizzati a partire dal primo Ottocento. Nel 1841, per disposizione del
granduca di Toscana, la chiesa fu infatti completamente restaurata. Degli
stucchi si occupò tale N. Ricci, degli affreschi in entrambe le
navate e nelle volte Antonio Righi da Figline. |
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Nella navata destra si trova un altare fatto
erigere nel 1878 da Carla
Viviani della Robbia, al cui interno si trova la Madonna con
il Bambino
che offre il rosario a San Domenico, con Santa Maria Maddalena,
San Francesco e un altro santo, di Francesco Curradi,
pittore fiorentino
tardocinquecentesco. Sulla cornice, quindici tondi dipinti con i
Misteri
del Rosario. L’opera risulta già dalla
visita pastorale del 1792. |
Nella navata sinistra, si trova un altare
commissionato nel 1912
da Germano Petrucci all’artista che realizzò anche il fonte
battesimale
e il Battesimo di Cristo, posto al di sopra di esso.
Sempre nella navata sinistra, un piccolo organo ottocentesco,
sulle cui ante chiuse è dipinto un Angelo reggicortina
(«Laudate Deum in chordis et organo»). |
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Bibliografia
Emanuele Repetti, Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana,
Firenze 1833-1843, vol. IV, pp. 339-340,
rist. Id., Il Chianti classico, Firenze, LEF, 2000, pp. 223-224.
Italo Moretti - Renato Stopani, Chiese romaniche in Val di Pesa e Val di
Greve, Firenze, Salimbeni, 1972, pp. 111-112.
Carlo e Italo Baldini, Pievi, parrocchie e castelli di Greve in Chianti,
Vicenza, 1979, pp. 286-289.
Le chiese del Chianti, a cura di Piero Torriti, Firenze, Le lettere,
1993, p. 56.