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La coltivazione del giaggiolo



Nella zona fra San Polo e Poggio alla Croce e nel Valdarno superiore (soprattutto a Pian di Scò), caratterizzata
da una terra galestrosa,
trova un ambiente ideale di coltivazione l’Iris pallida, una variante dell’Iris florentina
dal colore viola-azzurro pallido. I rizomi di questa pianta contengono un’essenza, l’iridione, dal delicato e persistente
odore di violetta e di mammola,
impiegata principalmente dall'industria profumiera in Provenza, nella zona di Grasse.
Dalla fine dell’Ottocento, la coltura del giaggiolo nella zona di San Polo impiegò la maggior parte dei contadini
e contribuì non poco all’acquisizione di una condizione sociale migliore. Nei poderi, dove il giaggiolo era coltivato
a mezzadria, la divisione del prodotto avveniva sul campo contando i solchi se il padrone vendeva il prodotto da mondare,
o dopo la sbucciatura e la seccagione curata dagli stessi contadini. La raccolta avveniva generalmente sin dall'alba, al fresco,
e anche prima, recandosi nei campi sul carro con una lanterna, mentre la pulitura poteva avvenire direttamente sul campo
o anche sull'aia, attività cui partecipavano generalmente gli anziani. Da tre quintali di prodotto se ne ricava uno secco.
Oggi il giaggiolo non si coltiva quasi più: la sostituzione dell’iridione con sostanze di sintesi e l’acquisizione del prodotto
su mercati più vantaggiosi (quali quello cinese) hanno segnato la fine di una coltivazione durata più di cento anni.
A San Polo tuttavia le piante di giaggiolo nel mese di maggio si vedono dappertutto: in ordinate siepi per decorazione o nei campi
dell’antica coltura. Ed è uno spettacolo memorabile quello dei “fazzoletti” di terreno con il giaggiolo fiorito che si alternano
o si mescolano agli oliveti, alle vigne, alle altre coltivazioni, ai cipressi, intorno alle case coloniche.
Esiste comunque tuttora una cooperativa che promuove la coltura del giaggiolo e alcune famiglie di San Polo continuano
tenacemente, se non per guadagno per amore della tradizione, a seguire gli antichi rituali e le fasi della lavorazione.

  Un campo sul quale cominciare il lavoro, in luglio.
  Sono passati tre anni dalla piantagione delle
  barbatelle (porzioni di rizoma con radici e foglie)
  in solchi, a distanza di una ventina di centimetri
  una dall'altra. In questi anni, a primavera, si è
  provveduto alla sarchiatura, cioè alla pulizia dalle
  erbacce. Per la piantagione, occorre procedere al
 
dissodamento, con la vanga o l’aratro, prevedendo
  una rotazione di questo tipo: primo anno rinnovo
  con patate o fave, secondo e terzo anno giaggiolo,
  quarto anno grano con erbai di rape e lupini.
  Oltre i tre anni dalla piantagione, una parte
  dei rizomi diviene fibroso e inservibile, al secondo
  anno si hanno una qualità e una resa minori.



La prima fase consiste nel “cavare”
il giaggiolo da terra.


Allo scopo si utilizza un attrezzo apposito,
detto “ubbidiente”.


Occorre quindi scuotere via le zolle,
battendole sul manico dell'ubbidiente ...


... e separare la pianta dal rizoma, lasciandone solo una parte attaccata, per poterla ripiantare.


Si procede poi alla “sbarbucciatura”,
ossia alla pulitura del rizoma dalle barbe,
cioè dalle radici del rizoma, operazione cui può seguire la “mondatura” completa del rizoma,
se il giaggiolo viene venduto in tale forma.
Si impiegano allo scopo appositi “roncolini”.



I pezzi di rizoma, mondati o solo sbarbucciati,
tagliati a fette, vengono poi messi a seccare sulle “tese”, lunghe file di cannicciati sollevati da terra.



Il giaggiolo resta a seccare per circa cinque-sei giorni, dopo di che viene imballato
ed è pronto per la vendita.